Questo povero grida, solo il Signore lo ascolta?

Quando l’abbiamo incontrata per la prima volta ci siamo chiesti cosa avremmo mai potuto donarle. Non ha urlato il suo bisogno, né chiesto a gran voce il diritto di essere una donna libera.

Ci ha sussurrato la sua miseria, mescolata al sapore amaro del più crudele tra i crimini. “Portatemi con voi”, ci disse. “Solo per un’ora”. Irene, poco più di vent’anni, si è lasciata incontrare accanto ad un fuoco di fortuna, accesso ai bordi di una strada provinciale.
Il freddo pungente di quella notte deve averle perforato il cuore più che in altre occasioni. Proprio non sarebbe riuscita a soddisfare il brutale bisogno di qualche pover’uomo, uno di quelli che, come tantissimi, avrebbe scelto di cedere all’istinto di comprare un po’ d’amore a basso costo.

Ci siamo avvicinati alle donne della tratta da molti anni. Continuiamo ancora a percorrere le strade dell’area industriale al confine tra Teverola ed Aversa e quelle di Castelvolturno, per portare il calore di un sorriso, insieme a qualche coperta e capo d’abbigliamento da donare a chiunque lo desideri.

Sono ancora moltissime le donne schiave della tratta costrette a prostituirsi nei nostri territori. Ascoltiamo le loro storie, ci affianchiamo alle vite travagliate di persone rese incapaci di riconoscere una possibile via d’uscita, una piccola luce in fondo al tunnel nel quale sono intrappolate come prigioniere.
In questi anni abbiamo avuto la fortuna di conoscerne tante, giovanissime, spesso poco integrate nei contesti in cui vivono e con una bassissima capacità di comunicare in lingua italiana, alcune delle quali oggi sono finalmente – e non certamente solo grazie al nostro aiuto – tornate ad essere persone libere.

Ancora ci emoziona il ricordo di Sofia. Una vita trascorsa in strada, costretta a concedere il proprio corpo a chiunque volesse acquistarlo. Le nostre vite si avvicinarono alla sua e forse, proprio per questa ragione, ebbe modo di comprendere che avremmo potuto aiutarla ad uscire dal giro. Crollata su quel particolare marciapiede esistenziale, gridò a voce bassa la sua sofferenza: “Sono stanca!”.

Oggi Sofia è una donna libera. Abbiamo scelto, in quella occasione, di affidarla alle cure della Comunità Rut di Castelvolturno, una casa “amica” dove le donne accolte possono iniziare un cammino individualizzato di protezione e di rinascita. Quella sera il Signore ha ascoltato il suo grido e lo ha fatto mediante l’azione di donne e uomini che scelgono di mettersi al servizio del prossimo e desiderano farlo nel miglior modo possibile.


Come voci che gridano nel deserto, la presenza costante della Caritas in contesti come questi vorremmo assumesse le sembianze di una perenne denuncia: la tratta delle donne esiste, anche se si finge di guardare dall’altra parte quando si attraversano alcune strade del nostro territorio e coinvolge donne di varie etnie, di età mai realmente rese note, anche minorenni.

Lo sfruttamento della prostituzione esiste ed è fenomeno assai diffuso, distrugge le vite di sorelle, figlie, madri continuamente ricattate, tenute sotto scacco da bestie senza scrupoli, sciacalli che addentano prede deboli ed indifese per trarne profitto.

E se esiste un’offerta di questo tipo è perché, secondo una banalissima legge di mercato, esiste una domanda proporzionata ed è proprio questa che bisogna fermare se si vuole cominciare a arginare il fenomeno della prostituzione.

In Italia, stando ai dati diffusi dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, l’associazione internazionale fondata nel 1968 da don Oreste Benzi e impegnata da allora, concretamente e con continuità, per contrastare l’emarginazione e la povertà, esistono 9 milioni di clienti e la stima delle ragazze vittime della tratta presenta cifre fin troppo elevate: fra le 75.000 e le 120.000, di cui il 65% è in strada, il 37% è minorenne.

Sono molteplici anche i falsi miti da sfatare in merito. Nessuna tra queste donne sceglie volontariamente di vendere il proprio corpo, ma c’è sempre una necessità a monte, un motivo che le costringe a restare lì, dalla povertà estrema al ricatto della criminalità organizzata.

Una piaga diffusa a cui larga parte della popolazione sembrerebbe essersi abituata. La normalizzazione di questi fenomeni criminali è un favore che rendiamo alle mafie le quali, anche sullo sfruttamento della prostituzione, fondano il loro profitto.


Quando, durante il giro notturno, parcheggiamo la nostra vettura, recante lo stemma della Caritas diocesana ben visibile, accanto a queste donne, ci stupiscono gli sguardi dei passanti: rallentano per cercare di capire quello che sta accadendo, come se d’improvviso quelle persone sempre presenti ai bordi delle strade, in attesa di clienti, smettessero di essere invisibili.

Tenere acceso un faro sulle molteplici forme di disagio e povertà che caratterizzano, in particolare, il nostro territorio è un compito che ci identifica in maniera significativa. La Caritas non esiste solo per sopperire alle mancanze di un sistema sociale ed economico che permette vi siano persone emarginate ed escluse. La Caritas sceglie, piuttosto, di indicare cammini possibili: prima di tendere la mano, bisogna tornare ad essere capaci di ascoltare con attenzione le esigenze dei più deboli. Il grido dei poveri, nella maggior parte dei casi, si manifesta con le sembianze di una flebile emissione di suono. Per percepirlo bisogna prestare molta attenzione a coloro che ci sono accanto ed essere predisposti ad accogliere le differenti richieste di aiuto.

Abitare il territorio della diocesi di Aversa ci ha educati ad ascoltare e riconoscere le molteplici debolezze che lo caratterizzano. Molti anni sono stati investiti per intessere relazioni significative con coloro che erano piombati in uno stato di povertà assoluta.

Poche volte abbiamo dato alle persone bisognose quanto immediatamente chiedevano, per allontanare il rischio di costringerci in una dinamica di puro assistenzialismo volto esclusivamente a tamponare il disagio.

Il nostro obiettivo costante è sempre stato quello di provare a costruire sentieri di riscatto, possibilità di concreta risurrezione.

Generalmente i poveri manifestano, innanzitutto, quelle richieste legate al soddisfacimento di bisogni primari. Ogni volta che apriamo le porte della mensa diocesana accogliamo circa cento persone al giorno, affamate, bisognose di un pasto caldo.

Quello spazio è diventato, per noi, un importante avamposto di carità, un vero e proprio ospedale da campo che prova a lenire le sofferenze più evidenti e ad offrire una cura che possa tamponare gli effetti di debolezze molto più profonde. Chi varca quell’ingresso, importante ricordarlo, ha già rotto l’imbarazzo di “andare a mangiare in Caritas”, si riconosce come bisognoso di aiuto e chiede quanto, in quel momento, rientra tra le sue priorità.

Intercettare questo bisogno significa provare ad intessere relazioni significative, basate sulla reciproca fiducia, sempre con l’obiettivo di favorire una crescita integrata della persona.

Non possiamo certamente ritenere esaurito il nostro impegno con qualche piatto di pasta offerto a chi è in difficoltà. Servizio prezioso e importantissimo, sia chiaro, ma quei poveri continuano a gridare anche da sazi e meritano di essere ascoltati.

Per tale ragione, superata la fase di primissima accoglienza, interveniamo con le competenze e le professionalità degli operatori e volontari del Centro di Ascolto diocesano: smettere di parlare “alla pancia” ed avviare un dialogo costruttivo con la persona apre ad un periodo lungo e faticoso di rieducazione.

Ci accorgiamo, in queste occasioni di confronto diretto, che le povertà sono generalmente stratificate: le persone che siedono ai tavoli della nostra mensa presentano difficoltà latenti, che fanno fatica a mettere fuori e che spesso caratterizzano il loro stato di disagio.

Tra le principali cause di povertà riconosciamo, indubbiamente, un bassissimo livello culturale, spesso accompagnato da uno stato di particolare isolamento relazionale. Le persone che ci raggiungono, nella maggior parte dei casi, vivono da sole, benché incapaci di gestirsi in autonomia, oppure sono parti di contesti già largamente segnati da particolari disagi. Le dipendenze da alcool, droga o gioco d’azzardo sono un ulteriore fattore scatenante che spinge molte donne e uomini nel baratro dell’indigenza.

Una significativa opera di carità è certamente quella di provare a fornire a ciascuno gli strumenti adeguati affinché possa ricominciare a camminare da solo e condurre la propria esistenza in progressiva autonomia.

Sarebbe molto più semplice fornire loro quanto esplicitamente chiedono, riempire le loro mani di quanto appare necessario in quel momento, ma non è questo il modo giusto per ascoltare il grido del povero. Riconosciamo nella fatica di accompagnare e risollevare le storie di donne e uomini finiti in miseria, la nostra missione più importante.

Apprezziamo i frutti di questo nostro operare tutte le volte che guardiamo negli occhi gli ospiti della casa di accoglienza “Gratis Accepistis”. Anche in questo caso l’unico nostro obiettivo è quello di favorire l’autonomia dei singoli, educandoli attraverso piccoli incarichi di responsabilità nella gestione della vita comunitaria.         
È sempre bello riconoscere i cammini percorsi dalle persone che hanno abitato o che ancora rendono vivo questo luogo.

Andrea, per esempio, è un giovane accolto cinque anni fa nella nostra struttura. Una storia travagliata alle spalle: emigrato dal suo Paese d’origine, ha subito in poco tempo le drammatiche conseguenze della disoccupazione e dell’abbandono da parte dei familiari. Per anni non ha più incontrato sua moglie e suo figlio i quali avevano scelto di abitare in un’altra regione d’Italia.

Andrea è arrivato ad Aversa senza una meta, da solo, in uno stato di profonda depressione. Ha vissuto in strada e spesso ha trascorso le notti in stazione o nelle strutture abbandonate della città. L’unico obiettivo della sua esistenza era diventato quello di assecondare la sua dipendenza dall’alcool. Lo ha fatto per un lungo periodo, fino a quando il suo corpo non ha ceduto.

Accogliemmo Andrea presso la nostra casa in seguito alla richiesta dei medici che avrebbero voluto dimetterlo, ma proprio non sapevano dove trasferirlo. È rimasto immobile, incapace anche di esprimersi, su uno dei letti messi a disposizione della Gratis Accepistis.

Le cure di operatori e volontari Caritas, il suo desiderio di reagire e ricominciare una nuova vita hanno compiuto reso possibile un ordinario miracolo di risurrezione. Oggi Andrea è un uomo nuovo. Completamente ristabilito, ha scelto di studiare la lingua italiana e di completare il suo percorso di studi. Oggi ha un lavoro che gli concede di vivere in maniera autonoma. Ha incontrato suo figlio, dopo moltissimi anni, ed ha scelto di darsi una seconda possibilità.

Esperienze come questa ci confermano in quello stile con cui crediamo bisognerebbe sempre accompagnare i poveri: guardare all’essere umano, prima ancora che ai suoi limiti o difficoltà, ci aiuta a riconoscere la ricchezza di cui ciascuno è capace.

Processi come questi raccontano, ancora una volta ai cristiani e agli uomini di buona volontà, che la risurrezione è un evento concretamente realizzabile.

Cominciare a restituire dignità ad ogni persona, a partire dalle forme linguistiche che talvolta vengono utilizzate, è un primo passo compiuto per raggiungere mete sconosciute, ma certamente di grande valore. Fino a quando esisteranno ubriachi, barboni, drogati, immigrati, stranieri e prostitute il cammino di contrasto alle povertà apparirà sempre in salita.

Le storie cambiano ogni qual volta impariamo a chiamare per nome e a guardare negli occhi coloro che incontriamo. Applicare etichette alla realtà può forse essere utile per orientarci nella complessità dell’esistenza, per fare in modo che questo mondo ci appaia più semplice e dare a noi stessi la percezione che siamo capaci di comprenderlo nella sua interezza. In realtà, costringere le persone ad entrare nelle caselle precostituite delle nostre ristrettezze mentali rischia di renderle prigioniere e vittime della loro condizione. Senza etichetta alcuna, ma con il semplice desiderio dell’incontro sincero, ogni uomo appare sempre quale infinita possibilità dell’esistere, emblema di una creazione ancora in atto.

In questo contesto è importante che l’azione della Chiesa, in particolare, continui a rivestirsi di profezia. Il Profeta, lo ricordano i parroci della forania di Casal di Principe nel documento “Per amore del mio popolo”, fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18); il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43).

Guardare l’ingiustizia è un impegno necessario della collettività se desideriamo trasformare le ferite di questo territorio in feritoie. Voltare le spalle ai poveri che ci interpellano è un dovere cristiano, oltre che civile.

Per moltissimi anni, in una città legata al territorio della diocesi di Aversa, una madre con al seguito due bambini hanno vagabondato in cerca di riparo. Si erano sistemati in una baracca di fortuna in una delle campagne che ancora resistono al cemento delle nostre zone. La donna aveva scelto di vendere il proprio corpo per assicurarsi qualche spicciolo. I due bambini, frutto di relazioni occasionali, hanno condiviso il suo stato di profonda indigenza. Ogni tanto, in particolare in occasione di condizioni atmosferiche avverse, cercavano un posto per trascorrere la notte all’interno dei condomini della città. Si adagiavano all’ingresso con le loro coperte fino a quando, la mattina successiva, qualcuno non decideva di cacciarli via. Ovviamente, nessuno dei due bambini ha mai frequentato la scuola.

Li abbiamo incontrati la prima volta nella nostra mensa. La madre, sempre molto diffidente, non ci ha mai raccontato la sua condizione di vita, forse perché temeva eventuali segnalazioni da parte dei nostri operatori che le avrebbero causato la perdita della patria potestà.

Quella donna gridava la sua miseria, ma riusciva a farlo solo con il silenzio dei suoi sguardi. Chiedeva di essere aiutata, ma la paura l’aveva completamente immobilizzata.

Ci siamo spesso chiesti, rispetto alla loro vicenda, come mai risultassero invisibili alla maggior parte della comunità cittadina. Una donna e due bambini che abitano una baracca costruita nel nulla non possono passare inosservati.                 
Chi ha incrociato il loro cammino, perché non ha avvertito la responsabilità di intervenire in qualsiasi modo e secondo le proprie possibilità? Le persone che abitavano nei numerosi condomini che hanno ospitato questa famiglia per molte notti, perché non sono riusciti a realizzare un importante gesto di carità nei loro confronti? 

La notte in cui la loro vita è cambiata pioveva a dirotto. Scegliemmo di uscire per andarli a cercare. Erano in strada, tutti bagnati: il proprietario del terreno in cui vivevano i tre aveva deciso di cacciarli via. Gli aveva detto che “non voleva passare un guaio” per aver ospitato dei minori in una sua proprietà senza aver mai denunciato alle autorità il loro stato di abbandono.                   
Da quel momento sono stati accolti nella casa di accoglienza. I due bambini, ormai giovanotti, sono stati finalmente iscritti all’anagrafe ed hanno intrapreso regolarmente il loro percorso scolastico. Erano dei fantasmi nella città. Gridavano, certo, e lo hanno fatto per anni, ma sembrerebbe che nessuno sia stato in grado di caricarsi del peso della loro croce per condurli verso sentieri di risurrezione.

È certamente faticoso accompagnare i cammini delle persone che, anche se in maniera indiretta, chiedono il nostro aiuto, ma non è possibile ignorare, soprattutto se si sceglie di vivere in questo mondo come cristiani, la reazione di Gesù all’interrogativo rivoltogli dai farisei: “Chi è il mio prossimo?”. La parabola del Buon Samaritano, riportata dall’evangelista Luca, resta ancora oggi l’unica possibile risposta.

È importante che ciascuno faccia la propria parte in questo senso e si impegni in prima persona per arginare il fenomeno della povertà che non accenna a diminuire. Il Dossier Regionale Caritas 2018 sulla povertà ci aiuta a quantificare le drammatiche condizioni in cui versa il nostro territorio. I numeri sembrano appartenere ad un bollettino di guerra.

Migliaia di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. Altrettante sono quelle che non riescono ad accedere alle cure mediche e il disagio sociale si traduce, inevitabilmente, anche in una grave crisi ambientale.

La Campania è una delle regioni italiane più pesantemente colpita dalla crisi economica degli ultimi anni, maglia nera tra le regioni più povere d’Italia.

Il tasso di occupazione è pari al 42,5 per cento (in Italia è al 59,1%) e, di conseguenza, diventa la regione che ha realizzato il record assoluto nelle statistiche relative all’assegnazione del Reddito di Inclusione con il maggior numero di nuclei coinvolti (90.525), il maggior numero di persone coinvolte (301.530) ed il più elevato importo medio erogato (335,82 euro).

Le Caritas della Campania lanciano, ancora una volta, l’allarme. Il lavoro costante sul territorio, l’impegno quotidiano “in trincea” ci consentono di toccare con mano le molteplici forme di disagio diffuso.

Una povertà che segnaliamo essere, anzitutto, educativa: il titolo di studio più diffuso tra i nostri poveri è la licenza media inferiore (42,7%) seguito dalla licenza elementare (20.3%). È evidente che il basso livello di istruzione esclude queste persone dal mercato del lavoro.

Una povertà che si presenta, inoltre, come multiproblematica: molte persone ascoltate nel Centro d’Ascolto diocesano presentano bisogni diversi e concatenati.

La disoccupazione cronica, la precarietà abitativa, storie complesse di separazioni coniugali quasi mai riescono a trovare una risposta chiara e realmente incisiva da parte dei servizi presenti sul territorio.

I dati presentati sono drammatici e ci mettono innanzi all’inconsistenza degli interventi istituzionali i quali, nella maggior parte dei casi, rischiano di trasformarsi in puro assistenzialismo.

E queste problematiche non riguardano esclusivamente donne e uomini inseriti in una fascia d’età avanzata. La Caritas continua a raccontare di una povertà “in attesa” riferendosi, in particolare, a quei giovani che vivono in standby, con le vite sospese, nella speranza di un’autonomia che tarda ad arrivare.

Indubbiamente, c’è ancora tanto da lavorare. Come cammino Caritas siamo disposti a spendere tutte le nostre risorse ed energie per arginare la povertà e contribuire allo sviluppo del nostro territorio.
Scegliamo di farlo ogni giorno, senza alcuna pretesa, ma con il desiderio costante di accompagnare la persona nelle diverse fasi della sua esistenza e diventare occasione propizia perché ciascuno possa cogliere la propria opportunità di riscatto.          

Scegliamo di essere, ancora una volta, presenza capace di interpellare tutti gli uomini di buona volontà. Il servizio che ciascuno può rendere al prossimo non è “trasferibile”: quello che puoi fare tu, nessun altro sarà in grado di farlo come te.                      

Il cristiano, in maniera ancor più stringente, non può restare indifferente all’interno di quei contesti in cui si continua ad avvantaggiare il più forte.

Egli è continuamente chiamato a privilegiare il più debole, divenendo, anche in questo modo, un effettivo segno di contraddizione.

Ciò non significa solamente attuare, come si è soliti fare, opere di carità che non vincolano la coscienza, ma servono solo ad “ingentilire l’animo” oppure, nella migliore delle ipotesi, a sentirsi “sereni in coscienza” per aver aiutato, in qualche modo, il prossimo che era nel bisogno.

Occorre, piuttosto, che gli uomini avvertano e siano coscienti della dimensione sociale della responsabilità individuale e si sentano moralmente e continuamente interpellati dalla presenza di un “piccolo” che grida. Non si tratta, a questo punto, solo di offrire da bere a chi è assetato, di vestire chi è nudo o di sfamare l’affamato. Queste azioni, benché buone, non possono bastare. La sfida più grande è quella di impegnarsi e lavorare affinché non vi sia più, nel mondo, chi ha bisogno di essere sfamato, né chi ha sete, né chi ha bisogno di esser vestito.

Diventa necessario, ancora una volta, tornare al capitolo del Vangelo di Luca già citato in precedenza «Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno» (Lc 10, 35).

L’obiettivo deve essere sempre quello di offrire tutto il possibile affinché, come nella parabola, colui che è nel bisogno non debba continuare a vivere in uno stato di dipendenza dal suo benefattore di turno, ma recuperi tutte quelle facoltà proprie di una persona autonoma.     

Questo povero continua a gridare e noi scegliamo di amplificare, aggiungendo il coro delle nostre voci, la sua richiesta di aiuto. Chi ha orecchi, si riscopra capace di intendere.

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